28 giugno 2011

Due note sulla press sheet di Orobie Beer Festival


"OBF è un Festival della birra assolutamente diverso dai soliti, dedicato esclusivamente a prodotti di alta qualità, che prevede momenti di divulgazione rivolti ad un pubblico solitamente abituato a consumare tipologie più commerciali e convenzionali [...]".

Per la mia magra esperienza ogni festival di questo genere, dal più modesto al più ampio, punta a dare visibilità a prodotti che possano restituire prestigio: OBF se realizzato come quello dello scorso anno, sarà un festival organizzato, valido, piacevole ma anche canonico. Mentre non ho proprio colto nel programma i momenti di divulgazione dedicati ai vergini della birra buona.

"[...] Per una migliore esperienza gustativa non vi costringeremo ad usare i soliti bicchieri di plastica, che appiattiscono gli aromi ed i sapori, ma vi proporremo bicchieri in vetro, con cauzione restituibile".

Benissimo, però dire che i bicchieri di plastica appiattiscono aromi e sapori quando negli Stati Uniti vengono utilizzati nella World Beer Cup mi pare azzardato. Se invece non si vogliono usare perchè privi di fascino rispetto a quelli di vetro allora è tutt'altra faccenda.

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Posto questo, ovviamente weekend lì.
Occasione per assaggiare birre che spesso non passano sotto il mio naso, vedi San Paolo o MaltoVivo, oppure gettarmi a capofitto su chi conosco bene e sbaglia di rado, vedi Bi-Du o Rurale. Oppure ancora scoprire Tilquin, nuovissimo blender di Lambic, e riscoprire De La Senne, da poco attivo nel nuovo birrificio a Brussels.
Il dubbio: scegliere di andare la domenica per evitare il generalismo rock dei gruppi che suoneranno venerdì e sabato - rischiando però di mancare qualche birra - o viceversa?

24 giugno 2011

Birre, vini, formaggi, Tortona, biciclette

Domani, sabato 25 giugno, è Beer By Bike.
Praticamente improvvisato e quindi con solo ventiquattro ore di anticipo. Se ci fosse comunque qualche impavido dell'ultim'ora, come sempre sarà ben accetto. Tutto questa volta non grazie a me ma a quel matto di Sergio, che pare spesso timido e schivo eppure quando c'è da far andare gambe, gola e ganasce è sempre in prima fila.

Si parte freschi da Voghera alle 10:00, si torna sfatti a Voghera ad orario imprecisato: poco meno di 80km con in mezzo Birrificio Montegioco, Caseificio Montaldo, Birrificio Gedeone, Vigneti Massa. E' data praticamente certa la presenza di Flavio Boero in tutina tecnica.

Seguite il calvario su Twitter!
#beerbybike

23 giugno 2011

La Ratera, un ricordo

E' sempre stata la mia prima risposta a chi mi chiedeva dove poter cenare bevendo birra a Milano. Un locale pionieristico che già lavorava con birre vere quando pochissimi sapevano cosa fossero: Birrificio Italiano sempre in spina a prezzo amico del portafoglio, una lunga scelta di bottiglie con i piedi saldamente piantanti in Belgio ma con anche qualche deviazione in Inghilterra, Germania, Italia. Tutto a corredo e supporto di una cucina solida e capace, che fa della birra nel piatto il proprio punto di forza. Questo oggi così come ieri: gli si può forse imputare solo una mancanza di ricerca e rotazione per quanto riguarda le birre - ma sono cose che solo un pignolo entusiasta abituato molto bene può vedere.

Io da ieri alla Ratera ho deciso di non andarci più.
Perchè quanto scritto è purtroppo sporcato da un servizio disattento, superficiale, infantile. E per mettere a dura prova la mia pazienza bisogna impegnarsi strenuamente: una Tipopils che per essere spinata richiede venti minuti; una bottiglia che per arrivare al tavolo ne richiede incredibilmente altrettanti; quasi un'ora di attesa per un piatto di salumi, uno di formaggi e un'insalata di ceci; due giovani camerieri che corrono in lungo e in largo dimenticando puntualmente qualche pezzo. Un peccato: le penne di Gragnano con guanciale, cipolla di Tropea e ricotta salata erano disarmanti per semplicità e succulenza, ancor più buone quando innaffiate con una Achel Blond mielosa, pepata, alcolica e prosciugante. E il petto d'anatra alla VùDù con fichi caramellati era abbondante, ricco, equilibrato e gordo, sfidato da un'altrettanto esuberante Del Dolle Oerbier a colpi di bacche rosse, astringenza, Sangue Morlacco e bollicine.

Non so ancora dire se mi mancherà oppure meno.

21 giugno 2011

Il maestro e il discepolo

Non vado spesso da Brasserie Bruxelles per due ragioni: sono fortunato ad avere valide alternative a pochi passi da casa, e per quanto possa essere vaga affermazione il Belgio non è mai la mia prima scelta birraria. Belgio che nomen omen lì è di casa, dominatore incontrastato di sei spine di facile approccio e tre frigoriferi colmi di goloserie che spaziano da Trappista a Gueuze, da flemish red a De Dolle: tutte trattate con ossequio, intelligenza e maniacalità della spillatura.

Questa settimana la Brasserie offre a tutti noi incontentabili beer hunters un motivo in più per andarci, anzi tre: Saison Dupont, Extraomnes Saison e De Ranke Saison De Dottignies ad alternarsi in spina. Le prime due ieri sera fianco a fianco, maestro e discepolo che per una volta si scambiano i ruoli: perchè quella Dupont è lei, pulita e precisissima, ma quella Extraomnes ti prende il naso e lo ribalta, freschissima di luppoli erbacei e lieviti speziati, secca secca amara amara. 
Al tavolo, il discepolo Schigi e l'altro maestro: Kuaska. Tra una saison e una Gueuze, tu taci e ascolteresti per sempre con la faccia ebete, perchè non è il Kuaska con il microfono ma l'uomo sole-cuore-amore. Scorrono ore e scorrono storie: la Saison Dupont che in spina non esiste, la centenaria genovese che sviene dopo un limoncello, il birraio belga di duemetriezerocinque che deve arrampicarsi con la fune per raggiungere il suo letto.
Prima di addormentarmi so di essere ebbro, per una volta non di alcol ma di parole.

7 giugno 2011

Mikkeller Bar

Già prevedo qualche possibile commento...

Mikkeller e le birre mattone.
Mikkeller non fa due volte la stessa birra.
Mikkeller non ha l'impianto.
Mikkeller e le single hop. 
Mikkeller e le single yeast.
Mikkeller è danese.

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Mikkeller da un anno è anche un bar, a Vesterbro - più o meno centro di Copenhagen date le dimensioni dell'intera città. Un basement del quale dire cinquanta metri quadri è forse esagerare, arredato con rigore scandinavo: pochi minuscoli tavoli, una sedia diversa dall'altra, colori chiari alle pareti, qualche lampada in fin di vita che pende dal soffitto quì e lì. Al centro, un cubotto sgabellato vorrebbe essere un bancone, lo capisci quando l'occhio casca sul retro, dove svettano venti spine venti: il padrone di casa ne riempie circa una dozzina, lasciando le restanti a qualche amico (De Molen, Three Floyds), grande classico (Rodenbach Grand Cru, Saison Dupont), exploit (Struise Aardmonnik, Cantillon Lou Pepe Kriek).
Inizio locale, dando una chance a Vesterbro Wit. Diciamo che sta ad una witbier come le vongole stanno ai mammiferi, però piace: agrumato lungo e succoso che lascia via via spazio ad uno sbruffo di speziatura e ad un dolcino finale che resetta il palato. Attorno a me: uno yankee beve Cantillon perchè in US non può permettersela, una ragazza solitaria viaggia a 0,4l di Black Hole, Martin Dickie legge un libro in un angolo. 

E' Danimarca e costa cara, specialmente se vi dovesse cadere l'occhio sulla lista delle bottiglie in cantina. Fermandosi alle spine, data anche la media alcolica vertiginosamente nordica, berrete il giusto facendo rilassare il conto in banca.