27 ottobre 2010

15 anni di carriera militare, poi la visione: scoprirsi birraio

Sei cose che non sapevo di Eric Wallace & Left Hand Brewing Company.
1) Il nome Left Hand deriva dall'originario nome indiano di un paesello in Iowa.
2) Milk Stout produce i volumi più alti all'interno del birrificio.
3) La distribuzione europea succhia al momento il 2% della produzione annua.
4) La maggioranza delle birre dice shelf-life di quattro mesi, poche storie.
5) Il nuovo restyling grafico è opera di Moxie Sozo/Charles Bloom, e spacca.
6) Vedi titolo.




Tre tavoli per una ventina di persone incastrate alla bell'e meglio sotto al Kaspar Schultz: così come nel pub, anche nella sala cottura del Birrificio Lambrate la parola comodità assume un valore alquanto relativo. Bene così, e la serata dedicata agli amici Left Hand si trasforma rapidamente in una cena in famiglia. Birre dichiarate Good Juju, Milk Stout, Imperial Stout, menù preparato da un sempre più bravo e sottovalutato Davide Sangiorgi.
. Tortino di verdure al vapore e cous cous cotti in Good Juju: birra un po' in affanno per qualche mese di troppo sulle spalle e zenzero poco pungente, piatto semplice ed impacchettato ad arte in foglia di verza - piace senza mordere.
. Tagliatelle fresche impastate con Milk Stout con stracetti di coniglio marinati: birra sfacciatamente ruffiana se ne esiste una (sfido chiunque a storcere il naso verso tanta morbidezza), pasta perfetta e succulenta - e ora sì!
. Crema di cioccolato fondente e Imperial Stout con cannella e peperoncino: non si capisce come ma funziona - il cioccolato s'appiccica tenendo a bada quei dieci gradi, luppolo e peperoncino nel mentre scazzottano e fanno pace in gola.

***

Niente caffè, si passa al digestivo.
Prima 400 Pound Monkey, IPA speziata e terrosa che punta dritto a casa madre Inghilterra. Poi Chainsaw, rosolio di caramelli e marmellata d'arance. Sarei stato seduto fino all'alba, se solo un legale Heineken e un tuvvofàlamerigano qualunque non avessero snocciolato tutte le loro domande del cazzo. C'è un buttafuori alla porta del pub, estendere il suo raggio d'azione anche alla sala cottura?

25 ottobre 2010

Il FuoriSalone

Rapido flusso di idee post Salone Del Gusto 2010.
Argomento primo la nuova organizzazione dell'offerta birra, ovvero stand non più accorpati in un'unica piazza ma sparpagliati all'interno delle rispettive regioni di appartenenza: nonostante l'insignificanza (per ora?) del binomio birra-territorio in Italia, mi è parsa una decisione coerente con la filosofia Slow Food, ora come non mai focalizzata sulla parola "locale". Bene? Male? Chiedendo quì e lì direttamente ai produttori direi entrambe. Benissimo per Moreno/Olmaia, al settimo cielo senza quasi più birra già il sabato mattina - e con La9 in forma strepitosa. Male per Beppe/Bi-Du così come l'intera area Lombardia, nell'immaginario comune regione meno affascinante e quindi penalizzata da minor affluenza di una Toscana per dirne una, una Sicilia per dirne un'altra. Venuto a meno di conseguenza il senso di aggregazione e cameratismo che lega e fortifica la scena italiana, anche se passeggiando per i padiglioni balzavano all'orecchio numerose parole di stupore per questa cosa birra artigianale.
A proposito, non si parlava di birroteca tempo addietro?
Per il resto, al Salone vado per godere. D'accordo la birra - e quello stand Brewers Association che dispensava gioielli quali Firestone Walker Parabola, Allagash Curieux, Ballast Point Sculpin a 1€ il bicchiere, neanche fossero patatine - ma anche per tutto il resto: l'artigiano, l'ignorante e il gastronomo per cinque giorni assieme a confrontarsi sul mondo-cibo.

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Sopra tutto, Birrificio Foglie D'erba. Chi? Cosa? Poche informazioni in rete e niente sito. Però fanno questa Black IPA che chissiricorda il nome, credo i primi in Italia sul pezzo, e che pezzo: carica di resine e agrumi, secca e tostatissima, una delle migliori birre assaggiate recentemente. Con un ufficio marketing adeguato spedirebbero a casa tanti colleghi più scafati. Bravi!

20 ottobre 2010

Pesi massimi: Ballast Point Sculpin IPA vs Firestone Walker Union Jack IPA

Otto medaglie in due all'ultima World Beer Cup e i titoli di miglior piccolo e medio birrificio dell'anno: roba che scotta, come i km di deserto che li separano da San Diego a Paso Robles. Quattordici anni entrambe.


Round 1
Union Jack senza se senza ma: il senso di perfezione stemperato in ambrato carico e limpidezza disarmante. Sculpin segue a ruota, dorata e un po' più artigiana, incassando con signorilità.
Round 2
Sculpin all'attacco: limone, mango, ananas acerbo e così anche pesca, miele, erba verde. Ci sei quasi, ti sembra di aver colto un profumo e lei invece bam, gancio ben piazzato e ti devia altrove - un cocktail di aromi ubriacante. Union Jack risponde, senza quella freschezza nè quell'arroganza ma con gioco più tradizionale: alternanza di agrumi maturi, caramello e zucchero vanigliato.
Round 3
Ansimano, sudano, si studiano: Union Jack entra cicciotta e succosa, scivolando però velocemente con eleganza. Sculpin taglia invece secca, con un amaro verde che ti si stampa sulle papille, finissimo. I bicchieri più vuoti ad ogni sorso diventano l'unica cosa che intristisce.

13 ottobre 2010

Left Hand night @ Birrificio Lambrate

Mi ritrovo spesso a fare ufficio stampa per due birrifici che hanno nella comunicazione mediatica il loro tallone d'Achille: Italiano e Lambrate. E ben venga, non si tratta di marchette quanto di aumentare la visibilità di due solidi produttori locali. Ancor prima, si parla di amici.

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Martedì 26 ottobre, dopo la cinque giorni torinese al Salone Del Gusto, Eric Wallace/Left Hand allungherà il soggiorno e terrà una serata di presentazione del suo birrificio a Lambrate. Quando dico a Lambrate intendo nel cuore della cantina: una cena ebbra inscenata tra fermentatori, fusti e maturatori. 30€, menù ancora sconosciuto ma accompagnato da ex Juju Ginger ora Good Juju, Milk Stout eccezionalmente alla spina del pub, Imperial Stout - Eric, confido però in te e in qualche sorpresa dell'ultima ora. Conoscendo gli attori, ci sarà da divertirsi.
Per chi invece fosse spostato un po' più a ovest rispetto Milano, lunedì 25 Left Hand invaderà lo Sherwood Pub di Nicorvo (PV) subito dopo la chiusura del Salone.

12 ottobre 2010

Il mio pub jukebox

Dieci nomi dieci da portare al pub qualora l'Ipod potesse contenere soltanto quelle canzoni. Attenzione al dosaggio di eventuali obiezioni, potrei diventare estremamente suscettibile.

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1. Rhythm&Sound: No Partial
Il parto dub di Mark Ernestus e Moritz Von Oswald di Basic Channel memoria. Un basso che arriva dal centro della Terra e punta dritto allo stomaco, la testa che va su e giù per 6:15.



2. TV On The Radio: Blues From Down Here
Il gospel urbano post 11 settembre.



3. Can: Vitamin C
Un gruppo imprescindibile, il beat perfetto.


4. Cursed: Gutters
Tutto il male che può fuoriuscire da una chitarra, un amplificatore e nient'altro.

5. Black Heart Procession: A Light So Dim
Dell'innamorarsi di un pianoforte. A volume alto comprendi cosa vuol dire avere paura.

6. Bat For Lashes: Glass
Rito voodoo in salsa tribale, una messa nera condensata in formato pop per gli anni 2000.

7. Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra: God Bless Our Dead Marines
"When the world is sick, can't no one be well? But I dreamt we was all beautiful and strong."

8. Talking Heads: Houses In Motion
"Remain In Light" suonerà sempre anni luce avanti tutto il resto. Questa è deep house prima della deep house, e quando attacca quella tromba aliena al minuto 2:15...

9. Peter Gabriel: Here Comes The Flood
Abbandonata durante l'adolescenza causa trauma infantile da overdose di ascolti. Ritrovata e mai più lasciata scappare: la colonna sonora per qualsiasi film.


10. Joy Division: The Eternal
La sola canzone che suonerà il 21 dicembre 2012.

10 ottobre 2010

My NYC Craft Beer Week - Pillole

Beer shop minuscolo ma con selezione curata e ricercata. Beer shop ma non solo: finito di svuotare i frigo chiedi un growler "to stay" riempito con una delle quindici birre in spina, ti sbatti su un tavolo e ci passi il pomeriggio (e poi magari conosci un paio di matti di Las Vegas, con i quali si palesa il noleggio di una macchina e una gita in Vermont... ma forse questa è un'altra storia). Una sorpresa la spina numero 1 in foto sotto, collaboration brew tra Stone, Ballast Point e l'homebrewer Kelsey McNair: una everyday/everytime IPA, resine e agrumi condensati in un rarissimo 4,2% di alcool.
La zona è vivacissima, adiacente a Prospect Park e tra i quartieri top di Brooklyn: Park Slope.


Sempre Park Slope.
Se dico 30mq esagero: intimo e rilassato, come entrare per cena nella casa del vostro migliore amico. Alzo gli occhi alla lavagna e non ci credo, li stropiccio eppure leggo come prima: VùDù e Duchessa - quella VùDù, quella Duchessa. Viriamo su Cigar City Guava Grove: sour ale con polpa di guava, esotica e speziata, agrodolce e con acidità ripulente - tiene stretto per mano un piatto di formaggi strepitosi del Vermont.
Portateci una donna al primo appuntamento, se cala il due di picche pago io la cena.

Il migliore bbq di New York tutta, poche storie.
Ricavato da un garage che pare un ex macelleria. Attesa interminabile sempre, mettete il cuore in pace ma vale ogni secondo. Carni da fattorie locali, affumicate e conciate poi in casa: ordini tipologia, peso e sides, paghi e ti siedi dove puoi. Il bar offre dieci birre in bicchiere o growler, anch'esse perlopiù locali, e American whiskies.
Le manette delle spine sono coltellacci e mannaie, si beve dai Quattro Stagioni Bormioli, e io sono felice.

All'aperitivo del venerdì, 6-11pm. Tavoli buttati per un giorno a settimana tra i tank e la linea d'imbottigliamento, la Williamsburg giovane che si raduna chiassosa e puntuale, anche grazie al prezzo politico delle birre. Un birrificio del quale generalmente faccio volentieri a meno, epperò quella Blast in spina...

09 ottobre 2010

My NYC Craft Beer Week - Brewer's Choice

Ossia scelgono loro: rarità e batch selezionati così come piccoli abbinamenti culinari da accostare. Una sorta di stato dell'arte di una fetta di American craft beer, celebrato da un sentito discorso iniziale di Greg Hall:
[...] I don't know how many of these beers were ever brewed three years ago; the amount of innovation that's going on in the craft beer community is really unparalleled. [...] The styles are just exploding: there was no black or Belgian IPAs a few years ago. [...] A lot of people have asked me tonight "beer's the new wine?" - Beer's not the new wine, craft beer is the new wine!
Sembra ora come non mai abbiano davvero la consapevolezza di essere il mercato più entusiasmante attualmente in circolazione; inoltre, per la prima volta, si rendono conto che ciò che avevano iniziato loro in US anni fa - riprendere e salvare dal dimenticatoio stili birrari della vecchia Europa, chiamandoli a nuova vita - ora è una tendenza inversa consolidata, è il movimento americano a determinare i nuovi orientamenti. Bello o brutto non siamo quì a discuterne, il livello tecnico è spaventosamente alto. Siamo quì a goderne.
Due nomi su tutti: Stillwater Artisanal Ales e Pretty Things, neonati ma con idee cristalline. Curiosamente, ai confini della birra americana: i primi crociati del verbo saison, gli altri emigranti con il cuore diviso tra Yorkshire e Vallonia. Stateside Saison: twist americano nei luppoli, però nel nome del padre rimane secca, fresca e con una beva-killer. Jack D'or stesso campo d'azione ma più stile libero - "saison americain" per dirla come loro - con note di erba verde, pera acerba e pane, anch'essa con una secchezza da dipendenza immediata.
Per entrambe, alcune delle illustrazioni più belle che mi sia capitato di vedere ultimamente - quintessenza dell'artigianalità. Teneteli d'occhio.

08 ottobre 2010

My NYC Craft Beer Week - The Bruery beer dinner @ Jimmy's N°43

Jimmy's N°43, cuore di East Village. Ci vieni per la birra, il cibo, l'atmosfera. E per Jimmy, vulcanico italo-americano sorta di guru della comunità birraria locale.
Un basement che pare quasi di dover entrare in un garage; quando si apre la porta invece finisce NY e inizia una vecchia cantina, soffitto a volte, botti alle pareti, due sale intime con tavoli minuscoli incastrati ovunque, luce fioca. Sul banco una dozzina di spine e un cask divisi tra US ed Europa - al posto di giocare coi numeri quì si gioca con la qualità di pochi singoli. In frigo una trentina di bottiglie, tra cui fanno sorridere e inorgoglire un'etichetta Montegioco, un'altra Panil. In cucina invece le parole d'ordine sono "organic" e "local", in città due parole onnipresenti e stuprate, e che quì davvero riconquistano la dignità persa.
Mercoledì 29 settembre ospitava una cena dedicata a The Bruery, birrificio di Orange County ma con l'anima che soggiorna nelle Fiandre: una cena coronata già in apertura da quella cazzo di ostrica Tomahawk abbinata a Seven Grain Saison - nella sua semplicità, da non meritare spiegazione alcuna. Le birre solide, pulite, secche, personali, ben fatte: forse manca ancora una certa eleganza rispetto ai grandi classici belgi ma mentre lo dico mi sento quasi vecchio. Il menù completo in foto sotto.
Vivessi a Manhattan avrei già scelto la mia seconda casa.



07 ottobre 2010

My NYC Craft Beer Week - Get Real NY


Ammetto, forse questa l'abbiamo scelta un po' male. Non il festival, ma la sessione: domenica 12-3pm. E arrivare dalla serata precedente pesa, picchia duro in testa. La colazione con mezzo litro di caffè-filtro fa quasi il suo dovere, un quasi detto come auto-convinzione.



Get Real NY: primo cask festival in città, annunciate 80 real ales - mentre in realtà il numero ha sfiorato un vertiginoso 130 - food-pairings preparati da artigiani locali e live jazz bands ad ogni sessione. Organizzato da Patrick & Roz Donagher, Mary Izett, Alex Hall, Chris Cuzme all'interno di Atman Building. In coda all'ingresso, brutta/buona notizia: nell'area food non ci sarà Luke's Lobster (testato ovviamente un altro giorno, e immenso), mancanza compensata però dal fatto che i vip casks saranno eccezionalmente accessibili a tutti.
Mezza pinta alla mano, vaghi per la sala, chiedi una birra, due chiacchiere con chi passa, un assaggio di formaggi americani a latte crudo, bevi un po' d'acqua - funziona così, in loop per tre ore. Pubblico estremamente variegato: dalle pance e le facce brutte alle quali siamo ben abituati, a gente giovanissima che potrebbe essere appena uscita dalla settimana della moda di Milano (forse una delle cose che più mi ha stupito di NY tutta).


Ho una convinzione: alcune birre americane, diciamo quelle che spingono molto sui luppoli, vanno bene in spina ma non in cask. Temperatura bassa e frizzantezza aiutano, sostengono, ed esaltano, mentre l'assenza di queste lascia spazio a malti e astringenze, senza contare lo scompiglio creato da qualche ossidazione non controllata. Detta.
Senza annoiare con inutili elenchi, scrivo piuttosto qualche highlight di spicco. Bear Republic NorCal Bitter perfetta nella sua semplicità, Firestone Walker Red Nectar Ale che gioca su un bellissimo equilibrio malto/luppolo, Smuttynose Baltic Porter intensissima e cioccolatosa, Cigar City Red Oak Maduro morbida anche grazie all'avena e con le note del legno in primo piano. In ultimo, Otter Creek Quercus Vitis Humulus: barley wine con lieviti lager fermentati ad alte temperature, blendato con succo d'uve francesi, rifermentato con lievito Champagne e invecchiato in legno ancora francese - impressionante per complessità, bilanciamento e beva.
Finisce tutto, l'orologio segna 3pm.

06 ottobre 2010

My NYC Craft Beer Week - Blind Tiger & Sixpoint Boat Cruise

La città è enorme, brulicante di persone, dalle quali assorbe ogni parola risputandola poi fuori in un suono continuo, circolare, ipnotico. Testa perennemente alta, a cercare la vetta dei grattacieli che pare non esistere, l'esclamazione più frequente risulta un banale "Oooh!". Stanca, certo non nel senso che annoia ma che piega in due: e quando a mezza giornata sei all'apice di questa stanchezza ti trovi casualmente in Greenwich Village, casualmente Blind Tiger.
Buio, stipato all'inverosimile (ok è sabato pomeriggio, ma così sarà qualsiasi altra volta andremo), clientela medio-giovane medio-bella. Legno ovunque, non pub canonico, più taverna texana; lavagne anch'esse ovunque a raccontarti circa 30 spine, 3/4 casks, bottiglie, snack, eventi. Due donne quadrate a far girare il locale. Birre? Lagunitas Pils buona senza graffiare, ma in quel momento è esattamente ciò che ci vuole. Sixpoint Righteous Ale, chiamiamola amber ale con una camionata di segale: speziata, pepata, rustica. Fino cena 1$ in meno su ogni birra, pratica comune alla maggioranza dei bar. Alle 6pm di mercoledì buttano sul banco una generosa dose di formaggi Murray's, vale la pena.
Stacco - arriva sera.



Sixpoint Boat Cruise: come da traduzione letterale, un giro in barca della città con a bordo Sixpoint Brewery. Birrificio di Red Hook, south-west Brooklyn, ipotizzo di taglia piccola (per quello che significhi in US), distribuzione capillare cittadina e quasi tutta in fusto, branding a livello personale molto ben fatto, suddiviso in "Craft Ales" e "Crisp Lagers". Partenza ore 21: un centinaio di persone su un battello Long Island City-Liberty Island e ritorno, cinque birre differenti, buffet di impronta tedesca, dj di impronta seventies - 45$ open bar/all you can eat. Non male. La birra da focalizzare si chiama Brownstone: brown ale, stile che ho approcciato da poco ma che già mi entusiasma - nocciola, mou, pane nero, una fine astringenza. Una pinta guardando Manhattan Bridge, una sotto Brooklyn Bridge, un'altra davanti a Governors Island...
La città non si spegne mai, i nostri occhi invece eccome.


05 ottobre 2010

My NYC Craft Beer Week - Pacific Standard

Quasi venti ore complessive di viaggio di andata, tra collegamenti aeroportuali, scali irlandesi e temporeggiamenti in cielo americano perchè Obama ha la precedenza... cose così.
Uno, due, tre, giù gli zaini e via. Freaktoberfest è quasi terminato quindi non vale la pena, ma a due fermate di metro c'è Pacific Standard: un buco, quella ventina di spine che risulterà poi essere scontata nella maggior parte dei beer-bar, dietro il bancone due facce belle incazzate e tutt'intorno una sensazione strana, diversa, di una birra vissuta in modo sbracato e spensierato - mi piace. Bear Republic Racer 5 (a NY si trova ovunque ma ad un italiano qualsiasi in vacanza provoca una certa tachicardia), luppoli agrumati alla carica, amara, secchissima - good evening IPA! 21st Amendment Back In Black: ancora quella botta di fruttato US, ma stavolta su una struttura totalmente diversa, tostature calcatissime e una secchezza nuovamente spaventosa - qualsiasi cosa voglia dire Black IPA dico sì. Troegs Dead Reckoning, dimentica la porter inglese, oppure mantieni l'idea ed elevala al quadrato, morbida e vellutata, calibratissima - ne voglio ancora ma sale il jet lag e non perdona.
Le prima ore a NY, va bene così.