30 agosto 2010

Ora per davvero: Birrificio OM

Forse abbiamo già aspettato troppo, benchè la notizia non sia mai stata top-secret e già diverse figure gravitanti attorno al mondo della birra ne siano a conoscenza da tempo. Cinque persone, un'idea portata avanti da due anni, overdose di entusiasmo: ora scendiamo in campo anche noi.

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Chi
Stefano, grande amico e birraio, da anni in forza al Birrificio Italiano. Paolo, Marino, Giovanni: tre amici che improvvisamente si accorgono quanta vita e passione circondi il mondo della birra, quella vera, e ne rimangono folgorati. In ultimo io, che dopo anni di vagabondaggi alla ricerca della birra perfetta decido sia il momento di provare ad averla sempre accanto a me.
Cosa
Brewpub. O meglio, birrificio e pub.
E non è la stessa cosa.
Dove
Corsico, Milano: lungo l'Alzaia che costeggia il Naviglio Grande.
Quando
Primi mesi del 2011, dita incrociate.
Perchè OM
Dal sanscrito, il suono primordiale che ha dato origine alla creazione, l'essenza di ogni cosa: da quì, l'anima che delineerà le nostre birre e lo spirito che caratterizzerà la nostra comunicazione.

Attualmente on-line una homepage, che non verrà però attivata se non quando noi stessi saremo completamente attivi. Questo blog, accanto ai consueti articoli a nome personale, sarà fonte di informazioni per tutto ciò che riguarda il work-in-progress del birrificio. Nel frattempo, Twitter è già sul pezzo.


Per qualsiasi informazione: info(at)birraom(dot)com

24 agosto 2010

Un giorno, tutte le birre avranno un pizzico di Thornbridge in più


Prima del GBBF, l'idea: un blogger inglese, che ovviamente sarebbe venuto al festival, e uno scambio di bottiglie Italia-Inghilterra. Perchè no? La scelta della proposta cade su Simon Johnson/Reluctant Scooper: freneticamente iperattivo in ogni angolo del web e autore critico, tagliente, ironico. Accetta euforicamente.

Delle sette birre recuperate, oggi ne interessano tre: scelte un po' per amicizia, un po' per gusto personale, oppure solamente perchè provenienti da uno dei birrifici più vivi ed ispirati del Regno Unito. E quindi del mondo.

Thornbridge Brewery nasce nel 2005. Alla guida, un tecnologo alimentare italiano: Stefano Cossi.
La prima birra si chiama Jaipur, e che birra: cinquegradipuntonove di morbidezza a passeggio con luppolatura intensa e fruttatissima. Se ne accorgono subito a Sheffield, dove vince il Beer Festival cittadino a due mesi dalla prima cotta. Se ne accorgono tanti altri ancora, e ad oggi brillano 60 premi vinti in UK e un hype internazionale.
Cinque anni dopo il birrificio trasloca di qualche km, ingrandito, perfezionato. Integra birrai neozelandesi, inglesi, ancora italiani. Accanto a mille malti e mille luppoli utilizza sambuco, ginepro, cioccolato, miele, botti. Il faro rimane però sempre quello: innovation/passion/knowledge. Pensate un mix di tradizioni anglosassoni, coraggio americano, spirito libero all'italiana, divertimento, dedizione e approccio scientifico - servire in pinta a temperatura di cantina.

Dovendo scegliere una sola parola: classe.



Imperial IPA luppolata verde: dorata, fosca ma viva e appetitosa - il Target che dona un arco di aromi enorme, dalla botta erbacea iniziale alla tropicàlia di ananas e mango - piena, morbida, un amaro che non si rivela subito ma cresce piano piano al passare dei minuti, quando le labbra diventano appiccicaticce come dopo aver mangiato marmellata.
Imperial Russian Stout: grande e grossa, ma con stile - cacao, caramello bruciacchiato, leggero fumè, poi luppolo agrumato, balsamico, pepato - vellutata ed elegantissima, sale piccante ad ogni sorso.
Colore della birra e della schiuma praticamente identici - il suo peso specifico lo vedi con gli occhi ancor prima di sentirlo nel naso e in bocca - alcol, cappuccino, uva stramatura, cuoio, castagno che si insinua quì e lì.
Vorresti dire di più ma toglie le parole lentamente, una ad una.

17 agosto 2010

L'autunno arriva a Ferragosto, a Vernante

Il termometro recita 12°C e non ci vuoi credere, fuori piove: forte, senza cedere. La scelta cade a proposito, Troll lo ricordo arrampicato sul lato di una montagna, caldo e invernale per antonomasia. Lo ricordo però anche molto più piccolo, e la memoria una volta tanto non inganna: produzione spostata nel paese limitrofo e spazi ampliati non di poco - perde un po' di fascino, diventando più baita che pub.
Oggi poco male.
L'ora è aperitiva - significato lì vago e quasi esotico - e la routine la solita: sgabello, bancone, (mezza) pinta. Detto con franchezza, le loro birre non sono mai state una mia fissa: ispirazione belga con sporadiche derive anglosassoni, spesso caratterizzate da un massiccio uso di spezie e ingredienti altri. Salto a piè pari la coppia Patela/Shangrilà, due macigni, e una Dorina vagamente stanca. Benvenute invece Panada e Dau: la prima una witbier solida e instancabile, l'altra una saison come molte vorrebbero e dovrebbero essere - profumata, secchissima e ammazzasete. La mia birra della serata però è un'altra ancora, la lascio ultima e le dedicherò tempo e dedizione: soprassendendo al deprecabile nome, Port'ermejo ti sbatte in faccia dosi di moka e cacao in parti uguali, farina di carrube alla seconda sniffata, un accenno di tabacco e fumo alla terza. Pare enorme, ma i gradi sono 4,5 e non ti stacchi più. Tanto piena quanto bevibile. Acidula e non acida. Amarognola e non amara.
Porter italiana se ne esiste una.



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La pioggia concede una tregua, e in un istante i falò di Ferragosto iniziano a illuminare le montagne circostanti. Forse complici le non-so-quante pinte, ancora adesso sono convinto sia stato un troll ad accenderli.

11 agosto 2010

Quella stella nera che di notte brilla nel cielo e che di giorno conduce a Brighton

Un giorno di GBBF, il seguente al White Horse per una craft beer evening targata USA, l'altro ancora diviso tra diverse pinte in Borough Market e vagabondaggio casuale. Per una nuova gita londinese può bastare, avanzando. Rimane un giorno vacante, ma il richiamo arriva da sud, a un'oretta di treno. Profuma di mare. Si chiama Brighton. E la scusa è una, in foto.



Fratelli gemelli. O meglio, padre e figlio, dato che il birrificio è nato esattamente nelle cantine del pub. Uno di quei birrifici inglesi con le palle di piombo: attento alla tradizione ma con occhi ben saldi sul presente, tecnico, giovane, coraggioso.
In modo quasi perfido, il pub si trova precisamente tra la stazione e il viale che sbatte in faccia al Palace Pier. Nessuno scampo, nessuna pietà. Dimentica il cliché anglosassone: non ci sono moquette, legno vittoriano e luce crepuscolare - 50mq di arredamento invece scarno, minimalista, colorato e illuminato, un paio di gabbiani ospiti fissi sul tetto, l'aria della Manica che ancora non hai visto, e che forse non vedrai.
Una decina di cask ales, cinque spine, un frigorifero, chips & peanuts. Nient'altro.
Hophead è ormai una delle migliori birre del mio mondo: profumi, amaro, secchezza e facilità in 3,8% di puro orgasmo. American Pale Ale calca luppoli e malti con intelligenza, conservando la stessa beva da marchio registrato. Dark Star/The Original è una old ale quasi decadente: liquirizia, caramello, marmellata d'arancia e sexy fruttato shakerati per bene. Espresso è una coffee stout, o un caffè alla stout: sapendo di averla a colazione mi sveglierei ogni mattina più volentieri.
Accanto, cose come Thornbridge Jaipur e Brewdog Trashy Blonde; alle spine Meantime Helles, Wheat e Pale Ale; il frigorifero trabocca di 33cl americane e belghe; a 500 metri c'è la spiaggia, il sole, le persone.
Ma chi si schioda dalle quattro Angram firmate Dark Star?

09 agosto 2010

Fatevi un favore e andate quì: The Gunmakers Arms - Clerkenwell, London




Islington Borough, tra '800 e '900 meglio conosciuto come Little Italy londinese: oggi clubs, gallerie d'arte, studi di design, ristoranti upper-class e un generale senso di benessere ovunque si volti lo sguardo. Eyre St. Hill è minuscola, ma seguendo il trepiedi "Gunmakers" piazzato su Clerkenwell Road sarete a cavallo.
Un buco, ricavato nello stesso edificio degli organi Chiappa - poi ditemi voi se la facciata del pub non ricordi un gigantesco pianoforte. Nero e fiorito fuori, bordeaux e casalingo dentro: tre stanze una più piccola dell'altra, intime, calde, familiari. Un sorriso dietro al bancone, al quale si unisce il tuo dopo l'occhio caduto sulle Angram - è la settimana del GBBF, e ruotano alcune ex Champion Beers Of Britain. Cedo a Triple FFF Alton's pride: biscotto, nocciola, e quell'amaro che dura ancora, e ancora - ordinary bitter fino all'osso. Arriva in boccale, non in pinta. Accanto a lei Harviestoun Bitter & Twisted, mentre nei giorni precendenti sgorgavano Hobsons Mild e Kelham Island Pale Rider. Birre poche, scelte e curate con attenzione: un modus operandi che trovo sempre più (con)vincente. Chef francese, cucina tradizionale inglese: pub food, d'accordo, ma attento all'ingrediente e alla costruzione del piatto, e il venerdì a pranzo il fish & chips migliore che abbia mai mangiato in 27 anni.
Verso le 15:00 potete scegliere: fare due passi e smaltire il torpore, oppure rimanere seduti, ordinare un'altra pinta e aspettare che alle 18:00 riapra la cucina.